Dieci piani di noir

Ecco la mia interpretazione a un incipit per un concorso bellissimo :)

 Io sono pigro. Molto pigro. Mi piace svegliarmi con calma, intorno a mezzogiorno, poltrire tra le lenzuola e poi, poco alla volta, alzarmi.Quindi è un po’ un trauma, capirete, svegliarmi alle prime luci dell’alba, legato a una sedia, imbavagliato, di fronte a un uomo con la pistola che mi strilla in faccia. Il peggior risveglio di sempre, senza dubbio.“Stai scomodo, Roberto?” sta urlando l’uomo con la pistola. “Sei legato troppo stretto? Non preoccuparti, tra poco non sentirai più niente!” Ride. “Finalmente siamo alla resa dei conti, Roberto. Tu mi hai preso tutto. Mi hai rovinato la vita. E ora io mi prenderò la tua. La tua vita.”“Nnn mchmmm Rbrttt” mugugno.“Ah! Roberto, è inutile che cerchi di parlare, tanto col bavaglio non ti capisco!”Quel che sto cercando di dire è: non mi chiamo Roberto.Come diavolo faccio a farglielo capire?

L’uomo con la pistola ha qualcosa che non mi convince. Lo so, è strano che, proprio in questo momento io stia a soffermarmi sulla stranezza di questo killer.
Io sono uno scrittore. Quando devo descrivere un’azione compiuta da un mio personaggio, cerco di testarne la credibilità. Le incongruenze, si sa, sono in grado di affossare anche il romanzo più riuscito.
Lo sguardo limpido di questo individuo stride con le sue parole cariche di rancore. La mia innata capacità di osservare le caratteristiche delle persone registra che questo omone ha l’atteggiamento infantile e giocondo dei ritardati mentali. Continua a leggere

Cronache dalla fine del mondo – per dare inizio alla fine

Un racconto scritto per un concorso. Non passato. Strano :)

Non sono fatto per le leggi, ma per le eccezioni.
E, mentre osservo che non esiste errore in ciò che si fa,
vedo che c’è errore in ciò che si diventa (Oscar Wilde)

21/12/2012

Giuliana sospirò, chiudendo la lampo dell’elegante abito nero.
Il pensiero della cena con Luigi non le procurava nessun gioioso senso di aspettativa, e questo le dispiaceva. Luigi era l’uomo con cui aveva una difficile relazione da due anni. Una banale relazione con un uomo sposato.
Anzi, ora era ingiusta. La sua relazione con Luigi non era affatto banale. Lei ne era davvero innamorata. E, come tutte le donne innamorate, si addormentava so-gnando il suono della voce di lui, il tocco delle sue mani, i loro appuntamenti, la loro complicità, le loro risate.
Una stanza a ore, loro due, e il resto del mondo fuori. Ma la stanza era squallida, e le ore erano poche. A dir la verità, sempre meno. Luigi, sposato era, e tale vole-va rimanere. Con la stessa consorte. Cambiare moglie era un’eventualità non considerata, neanche per sbaglio. Giuliana aveva creduto alle sue appassionate dichiarazioni dei primi giorni, forse un po’ meno allo scontato “mia moglie non mi capisce, mi sento tanto solo”. Però stava bene con lui, aveva un atteggiamento dolce, protettivo, diceva di volerle bene. Quando c’era. Continua a leggere

ROSSO MALPELO di Giovanni Verga

Da bambina mi chiudevo in camera con “I Malavoglia”, scordandomi di mangiare e addormentandomi a ore impossibili. Poi è stata la volta delle novelle. A scuola venivo presa per pazza. Anche alle superiori, se si considera che io ho fatto ragioneria, e di solito gli istituti tecnici sono frequentati da ragazzi che non hanno certo come massima aspirazione la lettura delle opere di Verga. 

Ognuno ha i propri gusti, semplice. In tutti questi anni ho letto tanti altri autori, soprattutto contemporanei, arrivando alla conclusione che no, proprio non potrei farcela a vivere senza libri.

Un regalo per tutti: una novella di Verga. Che ho intenzione di coverare, partendo dall’incipit. Prossimamente, su queste pagine. Stay tuned :)

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.
Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni.
Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.
Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po’ di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c’ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, senza osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e sporco di rena rossa, che la sua sorella s’era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo la domenica. Nondimeno era conosciuto come la bettonica per tutto Monserrato e la Caverna, tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di Malpelo», e cotesto al padrone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.
Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell’ingrottato, e dacché non serviva più, s’era calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì. Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto lasciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Misciu Bestia, ed era l’asino da basto di tutta la cava. Ei, povero diavolaccio, lasciava dire, e si contentava di buscarsi il pane colle sue braccia, invece di menarle addosso ai compagni, e attaccar brighe. Malpelo faceva un visaccio, come se quelle soperchierie cascassero sulle sue spalle, e così piccolo com’era aveva di quelle occhiate che facevano dire agli altri: – Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre -. Continua a leggere

Ancora a proposito di “Turno di notte”

Il mio racconto dell’anno scorso. Quest’anno, parteciperò sul posto!

Fu la musica a svegliarlo. Apri` gli occhi e si guardo` intorno sconcertato. Era sdraiato sul pavimento di un’ osteria dalle volte altissime, di pietra, con bottiglie, bottiglie e ancora bottiglie, un clima fresco da cantina, le luci basse.
Solo, non ricordava di esserci mai entrato. Anzi. Non ricordava proprio nulla. Il suo passato recente. Il suo passato remoto. Neppure il suo nome. Niente finestre, in quell’osteria. Solo una scala che portava di sopra.
Si rizzo` in piedi. E si senti` raggelare. C’era un uomo disteso per terra, faccia in giu`, al centro del locale. Al suo fianco, una bottiglia rotta.
Dietro il bancone una ragazza. Aveva il costume di Wonder Woman, era legata a una sedia e imbavagliata, gli occhi chiusi. Forse dormiva, forse era svenuta, forse era morta.
Dalla radio usciva una canzone di Vasco Rossi. Diceva: “…Io sono ancora qua, eh gia’!”.
In quel momento senti` i passi sulle scale. E il senso di gelo provato poco prima, nell’attimo in cui vide l’uomo riverso nel proprio sangue, fu nulla in confronto a quello che provo` quando i passi cessarono e una figura, anch’essa in costume, apparse in fondo alle scale. La figura intono` a sua volta la stessa canzone: “Sono ancora qua… eh gia`… SONO ANCORA QUA”. Se non fosse stato per il timbro di voce, indubbiamente maschile, sarebbe stato impossibile capire se si fosse trattato di un uomo o di una donna. L’ individuo era mascherato da Joker, il cattivo a due facce dei fumetti di Batman.
La canzone era finita, ma lui ripete`, ancora una volta: “Sono ancora qua”.
Il ragazzo, sempre piu` spaventato, aveva appena scoperto di essere debolissimo e non riuscire a reggersi in piedi. “Maledetto” penso` “deve avermi drogato. Chissa` con quale cazzo di porcheria, per avermi ridotto cosi`. Non so chi sono, da dove vengo ne` tantomeno che ci faccio in questo posto. E sto di merda. Non riesco a rimanere in piedi per piu` di tre secondi, ho la nausea e un mal di testa terribile”.
Al ragazzo non rimase che osservare Joker che percorreva il locale avanti e indietro, facendo volteggiare il mantello.
“Sono ancora qua” disse di nuovo. E aggiunse: “Non sono una dannata leggenda urbana. Anni fa, tutti parlavano dello stupratore mascherato da personaggio dei fumetti, ma nessuno aveva realmente paura di me. Il fatto era che nessuna delle mie vittime, che imbottivo di droga come quaglie ripiene, fosse poi in grado di ricordare con precisione. Si risvegliavano, legate e imbavagliate, e talmente fuori fase da non ricordare nemmeno il proprio nome. Che diavolo ci facessero abbigliate da Catwoman o da Wonderwoman era un mistero. Poi successero due fatti: il primo fu che una volta commisi l’errore di fare la festa a una pignolina del cavolo, la quale ebbe la brillante idea di sporgere denuncia come vittima di violenza subita da ignoti. Una visita di un ginecologo confermo` il recente rapporto sessuale. Il secondo fu che, poco tempo dopo, qualcuno denuncio` alle autorita` di aver visto una figura mascherata scavalcare il davanzale di una finestra e dileguarsi nella notte. Leggendo queste notizie sui giornali, pensai fosse il caso di sospendere per un po’ questa attivita` cosi` divertente e lasciare che le acque si calmassero. Nessuno mi aveva realmente mai visto in azione, da qui i contorni di leggenda. Leggenda sfumata nel grottesco, quando un fesso penso` bene di prendere spunto dalle mie imprese e, una sera, imbavaglio` e immobilizzo` al letto la fidanzata, dopo averle fatto indossare un costume da Catwoman. L’intento era quello di saltarle addosso vestito da Batman, ma un improvviso colpo della strega lo costrinse ad accasciarsi al suolo, piegato in due dal dolore. La fidanzata non poteva soccorrerlo, perche` era legata. Il bavaglio le impediva di chiamare aiuto. I flebili lamenti del povero Batman furono uditi dai vicini solo dopo molte ore.
Immaginare la scena di vedersi scoperti abbigliati come nemmeno a Carnevale, con il progetto di un gioco erotico miseramente sventato da un colpo della strega!
Ma questo episodio mi convinse ancora di piu` che fosse meglio sparire per un po`. La leggenda dello stupratore mascherato veniva sempre piu` spesso associata a quella del sempliciotto vestito da Batman, il quale oltretutto aveva dovuto pure spiegare alla moglie che diavolo stesse cercando di fare con una ragazza legata al letto. Le due storie, raccontate di bocca in bocca, si mescolavano e confondevano sempre di piu` tra loro, e la gente, che non chiede di meglio che di essere rassicurata, aveva finito per ricordare quella che pareva la versione ridicola dello stesso evento.
Ho atteso che la denuncia per stupro fosse archiviata per prescrizione e… Sono ancora qua!”.
Il lungo monologo era terminato, lasciando l’unico spettatore sempre piu` perplesso. La cosa piu` inquietante era non poter vedere se sotto la maschera si celasse un ghigno altrettanto sinistro. Il solo cercare di immaginare che diavolo di faccia potesse avere quel pazzo era piu`che sufficiente per terrorizzare il ragazzo che, impotente, realizzava di essere in grave pericolo, ma non vedeva via d’uscita. Pero` poteva prendere tempo. Quel tipo, svalvolato totale, pur essendo costretto a vivere nell`ombra, era, evidentemente, un esibizionista e, come tale, parlava volentieri di se` e delle sue imprese.
“Perche` stupri le donne? Non puoi corteggiarle come facciamo tutti? E, soprattutto, perche` quella messinscena dei travestimenti?”
“Le donne devono essere punite. Giustizia deve essere resa a chi, ai tempi della scuola, veniva deriso e chiamato ‘nerd’ da tutti. E da tutte. Mai che una volta andassi al cinema, o allo stadio, o a bere una birra. Sempre e solo attaccato a quei giornaletti. Anche i maschi che condividevano la mia passione, dopo un po’, avevano cominciato a guardarmi con sospetto. Con le femmine era tutt’altro paio di maniche. Nel senso che, per loro, io non esistevo proprio. Se poi cercavo di attaccare discorso, mi degnavano della considerazione che normalmente viene riservata a una gomma masticata sputata e spiaccicata per terra. Ero irrimediabilmente isolato, nessuno che fosse disposto a condividere il mio credo. Nei fumetti c’e` la verita`, c’e` la religione, c’e` il bene che trionfa sul male.
E avrei anche potuto accettare che tutto questo non venisse compreso da quelle maledette zucche vuote, se si fossero limitati a prendermi per il culo a parole. Ma poi ci fu quell’increscioso episodio. Un giorno rifiutai di passare un compito al piu` figo della classe, un bulletto dal fisico perfetto e il cervello di un moscerino narcotizzato, cosi` lui, per vendicarsi, mi sottrasse di nascosto tutti i fumetti che riusci` a trovare nel mio zaino. Non contento, mi obbligo` a seguirlo nel campo da calcio della parrocchia, dove mi lego` a una delle porte. Non potendo disporre degli strumenti rifiniti di filo spinato del film Arancia Meccanica, ordino` ad un altro energumeno della nostra scuola di impedirmi di chiudere gli occhi e, mentre quello obbediva tirandomi le palpebre verso l’alto e la pelle al di sotto degli occhi verso il basso, il bulletto scemo pisciava sui MIEI fumetti. Sei giornalini venivano irrimediabilmente rovinati davanti ai miei occhi. Sacrilegio. Scempio. Il tutto tra le risate del resto della classe, maschi E femmine, appollaiati sulle panche della tribuna. Una ginocchiata nelle palle da parte del microcefalo a completare l’opera.
Capito, piccolo miscredente, perche` devo fare giustizia? La mia prima vittima fu la moglie del palestrato mononeurone, a seguire le compagne del liceo che risero di me, quel giorno.
Poi c’e` stata la sospensione dell’attivita`, e ora che sono tornato e sono passati tanti anni, il pensiero di scoparmi una vecchia carampana di moglie di un mio vecchio nemico non mi attira poi piu` di tanto… cosi`, punto diritto alle figlie, ormai abbastanza grandi. Del resto, un costume da super-eroina sta decisamente meglio ad una diciottenne che ad una quarantenne.
Questa che vedi legata dietro il bancone, per esempio, e` Arianna, la figlia di quello che mi teneva aperti gli occhi mentre il capobanda mi pisciava sui giornalini.
Da un po’ le faccio la posta e recentemente ho scoperto che lavora qui come cameriera. Ho studiato le sue abitudini e, una volta appreso che e` solita fermarsi a riordinare dopo l’orario di chiusura, ho deciso di agire! Cosi` stanotte sono entrato mentre lei finiva di caricare la lavastoviglie e ho insistito un po’ per farmi dare un fiasco di Sangiovese. Poi l’ho convinta ad accettare il bicchierino della staffa e le ho versato un po’ di vino, a cui ho mescolato una dose della mia polverina magica. Stava andando tutto cosi` bene… dovevate proprio arrivare voi a rompermi le uova nel paniere?”
Il ragazzo ha ascolto`, esterrefatto, il lungo monologo di quel tipo sciroccato, dal quale si evincevano concetti di “religione” e di “giustizia” totalmente distorti da una morale che pareva costruita all’insegna del “mandiamo il senso della realta` affanculo per sempre”.
Il ragazzo non ricordava assolutamente nulla, ma non aveva bisogno di chiedere.
Il matto prosegui`:”Tu e il tuo amico di sicuro siete clienti abituali, perche`, passando, avete notato un’auto diversa da quella della ragazza, cosi` avete deciso di entrare a bere qualcosa, pensando che il locale fosse ancora aperto. Non ho potuto far altro che buon viso a cattivo gioco, offrendo anche a voi un po’ di vino dal mio fiasco. Mi sarei poi limitato a legarvi come salami, per poter fare indisturbato la festa alla vostra amica mentre tutti sareste stati addormentati. Ma qualcosa e` andato storto. Il tuo amico non ha bevuto”.
Qualcosa prese lentamente forma nella mente del ragazzo.
“Il mio amico” Lui non ricordava nulla, ma non occorreva memoria per capire che l’uomo che giaceva a terra, probabilmente sgozzato da una bottiglia rotta, era proprio il suo amico, colpevole solo di essersi trovato al posto sbagliato al momento sbagliato. E, per non aver voluto bere, era stato ucciso da uno squilibrato che credeva che i fumetti avessero la proprieta` di fare da spartiacque tra il bene e il male.
“Ora tu guarderai mentre io mi scopo la ragazza, poi uccidero` anche te”, prosegui` il pazzo furioso, prendendo la rincorsa per saltare al di la` del bancone, deciso ad avventarsi sulla ragazza addormentata. Ma accadde qualcosa di strano all’atletico Joker, che stramazzo` all’improvviso a terra, contorcendosi dal dolore. “La schiena” gemette “aiuto, non sento piu` la schienaaa”.
Ancora qua. Dopo tanti anni, provvidenziale, il colpo della strega, a confondere di nuovo maniaco e fessacchiotto in una sola persona, messa fuori combattimento dalla propria leggenda.
Pian piano, il ragazzo recupero` un po’ di forze, quelle che gli bastavano per avvicinarsi al maniaco e cercare di immobilizzarlo. Errore. Il fulminato aveva in tasca un coltello a serramanico e i riflessi del ragazzo erano ancora intorpiditi dalla droga. La lama scatto` in direzione del ventre del malcapitato, andando a conficcarsi… nella fibbia enorme, tamarra della cintura anni ’70. Benedetta la musica vintage del giovedi` sera e i vestiti a tema.
Il ragazzo, sempre piu` padrone dei propri movimenti, afferro` un coccio di vetro, e lo conficco` nel torace del malato di mente.
Poi, mentre il sangue continuava a sgorgare, versandosi copioso sul pavimento, ando` a slegare la ragazza.
Lei, che non si era svegliata con tutto il baccano che era stato fatto fino a quel momento, si desto` al semplice tocco della mano del ragazzo.
“Ciao” gli disse con naturalezza. Allora era vero: si conoscevano.
“Uh, che casino! Ma che e` successo? Perche` tutto quel sangue?”
“Non sono sicuro di aver capito tutto, ma eravamo caduti in mano a un maniaco, che ci ha drogati. Voleva violentare te e uccidere me, per una specie di faida fra lui, tuo padre, altri suoi ex-compagni di liceo e gli eroi dei fumetti. Anzi, forse e` meglio chiamare la polizia”.
Mentre aspettavano l’arrivo della forza pubblica, il ragazzo si senti` invadere dall’ansia. Non pote` fare a meno di esprimere ad alta voce la propria preoccupazione per l’interrogatorio che avrebbe dovuto sostenere per la presenza dei due cadaveri, e per la memoria che ancora non tornava.
La ragazza gli offri` allora da bere, invitandolo alla serenita`.
“Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’e` certezza”. Cito`.
Non seppe mai se fu un’improvvisa associazione di idee, o se i fumi della droga avessero scelto proprio quel momento per iniziare a diradarsi.
“Lorenzo”. Ricordo` all’improvviso. Mi chiamo Lorenzo. Come il Magnifico.

5 racconti su Gacy, il Killer-Clown di Marilù Oliva

Dalla rubrica “Shining” di Thrillermagazine

In aprile 2012 ho partecipato, come docente ospite, al Corso di scrittura creativa di terzo livello organizzato da Canto31, condotto da Gianluca Morozzi a Bologna, svoltosi all’hotel Cappello Rosso. Oltre all’ottima organizzazione e a una possibilità di svolgimento libero della lezione, ho riscontrato una classe numerosa di allievi. Un bel gruppo coinvolgente, preparato e ben formato quanto a scrittura (non è un caso che abbiano già pubblicato tre antologie di racconti). La mia lezione verteva sulle “Fonti in criminologia”. Non tedio i lettori sullo svolgimento delle nostre due ore e passo subito al dunque. Ho concluso il mio intervento con una lettura – tratta dal “Dizionario dei serial killer” di Michael Newton – su John Wayne Gacy. Al termine li ho lasciati con la seguente consegna: Producete un elaborato partendo dal dato biografico del criminale e cogliete un frammento, una porzione, una sensazione della sua vita o di chi si è imbattuto in lui, mantenendovi fedeli alla fonte, ma nel contempo sentendovi liberi di osare sul piano narrativo.
Ne sono usciti degli elaborati così interessanti che ho pensato di pubblicarli qui (in ordine di arrivo):

LO SPUNTO: John Wayne Gacy (Chicago, 1942) è stato un serial killer statunitense. Fu soprannominato Killer Clown per aver rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 vittime, quasi tutti adolescenti e maschi adulti, 27 dei quali seppelliti sotto la sua abitazione o nascosti ammassati in cantina dal 1972 fino alla sua cattura avvenuta nel 1978, scattata per il fallito occultamento della sua ultima vittima. Il nome con cui è diventato noto deriva dall’aver intrattenuto i bambini ad alcune feste con costume e trucco da clown facendosi chiamare Pogo il Clown. Il movente degli omicidi era la sua omosessualità repressa; pochi sospettavano ciò, anche perché era sposato. Gacy era un tipo socievole agli occhi dei concittadini, quindi era anche insospettabile. L’omicida dopo il processo venne condannato a morte e giustiziato con l’iniezione letale nel 1994, alla sua morte lasciò un discreto numero di disegni raffiguranti pagliacci ora parte di collezioni private. 

(Marilù Oliva)

Qui di seguito, il mio racconto. Un grande grazie a chi vorrà leggere. Il mio, e gli altri. Basta seguire questo link E grazie, naturalmente, alla grande Marilù Oliva.

Il quadro di Cristina Orlandi

Sto lavorando febbrilmente a un quadro. Devo assolutamente finirlo. Questa volta l’immagine sarà perfetta, così tu, papà, sarai contento. Per una volta, sarai orgoglioso di me e, forse, smetterai di insultarmi con epiteti quali ”bastardo”, “buono a nulla”, “ridicolo” o “pagliaccio”. Continua a leggere

GHIACCIO SOTTILE – Racconto di Gianluca Morozzi

Dall’antologia “Delitti in provincia”
Ed. Guanda
[...] La provincia ha una grande vitalità, nel bene e nel male. Forti e spesso avventurose spinte culturali, ma al tempo stesso un malessere che può sfociare in disagio tangibile e manifesto. (da IBS libri).
Questo era lo spirito dell’antologia: svelare i lati oscuri nascosti nei piccoli centri abitati. Una città diversa per ogni autore, un diverso dramma noir in ogni città.
“Ghiaccio sottile” è ambientato a Ravenna, città con un grande porto-canale, più di una grande zona industriale, chiese con famosi mosaici bizantini. Per non parlare delle vicine località balneari. Ma, nonostante i richiami storici, turistici e commerciali, Ravenna rimane una cittadina tranquilla, quasi isolata, che d’inverno pare inghiottita dalla nebbia.
Protagonista del racconto è Nino, un tranquillo pensionato che, di colpo, si trova la vita irrimediabilmente rovinata, come se improvvisamente si fosse lacerato il sottile confine tra normalità e conflitto. Nino, tranquillo padre di famiglia, precipita infatti, di colpo, in un clima di “disgrazia”. Il figlio, in coma, perderà l’uso delle gambe e non sarà più in grado di respirare autonomamente.
Sottile il confine tra razionalità e follia: sia il padre sia la madre del ragazzo, a causa del dolore, paiono perdere sempre più la capacità di ragionare con lucidità.
Sottile il confine tra “ideale” e “problematico”: la scala che simboleggia il lusso della grande casa su più livelli, che Nino ha acquistato con tanti sacrifici, diventa una grottesca beffa perché il figlio di Nino non camminerà più.
Sottile il confine tra certezza e dubbio: ogni Golf nera pare a Nino la colpevole del terribile incidente subito dal figlio. Ma quante Golf nere ci sono? Tutte, per un motivo o per l’altro, possono essere, potenzialmente, responsabili dell’accaduto. Tutte e nessuna. Perché sottile è il confine tra divisione e impenetrabilità. Nino, si trova alla fine ad essere spaventato dai suoi stessi dubbi. Così il ghiaccio sottile diventa un grosso blocco, che rende i pensieri di Nino inaccessibili.
Narrato in seconda persona, secondo una tecnica difficilissima da usare ma efficace per la lettura: la voce narrante pare non dare respiro al vecchio Nino, pungolandolo continuamente, quasi a dirgli “guarda come ti sei ridotto”. Una lettura da brividi, come se ci si trovasse realmente in mezzo al ghiaccio. Perché la vita ha il potere di congelare a suo piacimento, togliendo di colpo ogni calore.

Specchi sul soffitto (settima e ultima parte)

Dopo qualche giorno, Désirée apprese del duello e del ferimento del Duca.

Nessuno seppe dirle il reale motivo per cui Robert era stato sfidato a duello dal Conte, ma lei capì tuttavia che doveva essere qualcosa che aveva a che fare con la corrispondenza dei giorni precedenti.

Non riusciva a decidere se sentirsi sollevata perché il Duca non aveva mancato deliberatamente al loro appuntamento, o in colpa per avergli causato, seppure involontariamente, una situazione tanto incresciosa.

Aveva finito per dimenticare che Robert, in realtà non era lei che si aspettava di incontrare, ma Isabelle. La corrispondenza, di fatto, si era svolta tra il Duca e la Marchesa. Solo questo contava.

Certo, lui l’aveva tradita. Infatti, era stato punito con un’insonne notte di paura e con un ferimento da arma da taglio, lieve. Lieve perché Désirée non avrebbe mai voluto infliggergli punizioni gravi, lo amava troppo e lo voleva ancora accanto a sé.

Queste erano le certezze, pur senza fondamento, della Marchesa Désirée Dubois; certezze dure a crollare, anche se confutate da prove evidenti.

In nome delle proprie certezze, la Marchesa pensò bene di mandare la propria nuova cameriera all’amato, in modo che la ragazza potesse offrirsi di aiutarlo a medicargli la ferita.

In tal modo, poteva tastare il terreno e verificare se in qualche modo lui sospettasse e se, di conseguenza, fosse in collera con lei.

Il tutto si svolse come da un copione prestabilito:

Eléa bussò alla porta dell’appartamento del Duca, presentandosi come la nuova cameriera della Marchesa Dubois, la quale la mandava a chiedergli come stava, avendo saputo del suo ferimento, e se desiderava essere aiutato a medicarsi.

Con fare galante, il Duca rispose alla fanciulla: “Dite alla Marchesa che la ringrazio infinitamente per cotanta premura, ma ormai sto bene. Per fortuna, il taglio era superficiale. Tuttavia, visto che sei stata così gentile da venire ad offrirmi il tuo aiuto, perché non mi aiuti a spogliarmi? Stavo appunto per fare un bagno”

La ragazza entrò nell’appartamento, e il Duca si affrettò a ordinare al valletto di riempirgli la vasca.

Poi guidò la ragazza verso la stanza da bagno, e le ordinò di slacciargli i numerosi bottoni della camicia, quindi di togliergli gli stivali e abbassargli i pantaloni.

Poi le guidò la mano in modo che lei lo toccasse, dappertutto. La ragazza, oltre che graziosa, era docile, il tocco della sua mano gentile. Quando tutto fu finito, Robert dovette fare uno sforzo per ricordare che si trattava di una cameriera e che quindi, come usava a quei tempi, doveva darle qualche spicciolo.

Eléa nascose le monete negli scarponcini, si ricompose e tornò velocemente dalla padrona, la quale le chiese immediatamente come stesse il Duca e come avesse reagito nell’apprendere che Désirée si era informata sulla sua salute e gli aveva offerto aiuto.

La Marchesa non notò, oppure non volle notare che le guance della sua cameriera erano inspiegabilmente più colorite del solito, i suoi occhi più languidi. In cuor suo, fu felice alla notizia che Robert stava bene e che la ringraziava moltissimo per la sua gentilezza. Eléa le disse pure che il Duca non medicava nemmeno più la ferita, talmente superficiale –solo un graffio -da essere già guarita.

Non volle considerare che la cameriera era stata via un po’ troppo per quello che, in teoria, avrebbe dovuto essere solo un breve scambio di battute, e iniziò a fantasticare su un loro prossimo incontro.

FINE

Specchi sul soffitto (sesta parte)

Il Duca tremava di paura. Non riusciva a capire come avesse potuto finire in una situazione del genere, lui che odiava la violenza. Lui che era sempre stato così abile con le parole e scaltro nel manipolare il prossimo da aver conseguito onori militari pur senza mai aver mai toccato una spada né una qualsiasi altra arma.
Rinunciò alle elucubrazioni sul comportamento a dir poco bizzarro della Contessa: prima lo seduceva con bigliettini infuocati, poi respingeva le sue attenzioni e, per di più, correva a dire tutto al marito.
Inutile discutere con il Conte: mostrargli i bigliettini galeotti avrebbe prodotto come risultato solo il suo adirarsi anche con la Contessa, e magari anche lei sarebbe finita infilzata come un merlo dalla spada del marito. No, non doveva fare la spia. Doveva combattere da uomo, preparandosi anche a morire se necessario. Perché non sarebbe certo uscito vincitore dal duello contro un uomo abile con la spada come lo era il Conte.
Se fosse stato fortunato, sarebbe solo stato disarmato.
Altrimenti, poteva anche venire ferito, o ucciso.
Quella notte, Robert non chiuse occhio e, la mattina dopo, si presentò, puntuale, al luogo deciso dal Conte per il duello.
Il tutto si svolse velocemente: con pochi, abili fendenti, Antoine disarmò Robert. Nel colpirlo di striscio, per fargli cadere la spada, lo ferì leggermente ad una spalla. Molto leggermente, per la verità. Così leggermente che Robert, pur essendo estremamente pauroso e permeato dell’infantile tendenza a prendere tutto sul tragico, riuscì senza alcuno sforzo a risalire a cavallo e tornare, pur a capo chino, verso la reggia.
Nel frattempo, la Marchesa, esattamente nel giardino dell’ala nord, sotto la magnolia, osservava il sole farsi sempre più alto nel cielo, chiedendosi cosa mai fosse andato storto.
Il Duca, che pareva essere caduto nella trappola che lei gli aveva abilmente teso, non si era presentato all’appuntamento da lui stesso fissato.
Désirée non riusciva a smettere di pensare alla corrispondenza scambiata con Robert negli ultimi giorni. Il gioco, da lei stessa creato con facilità (era bastato offrire una generosa mancia al valletto di Robert) allo scopo di smascherare i tradimenti del Duca, si era trasformato in una sorta di dipendenza morbosa, da cui la Marchesa non riusciva più a staccarsi.
Dèsirèè, pur non riuscendo ad allontanare una fastidiosa sensazione di gelosia, si illudeva che il Duca l’amasse, nonostante tutto. Perché, anche se era convinto di dialogare con Isabelle, era ai suoi messaggi che rispondeva, era lei a tenere vivo il suo interesse con una corrispondenza arguta e intrigante.
La Marchesa non voleva capire che il Duca amava soltanto se stesso, e poco importava a lui chi fosse l’autrice delle missive: l’importante era che le frasi che contenevano fossero piene di complimenti a lui rivolti, per soddisfare sempre di più il suo ego.
Comunque, non era venuto all’appuntamento. Questo la Marchesa non l’aveva proprio previsto. Nei giorni precedenti, aveva immaginato tante volte quell’incontro. Immaginava lui pieno di sorpresa, nel vedere che ad attenderlo c’era Désirée invece che Isabelle, immaginava che lei gli si fosse avvicinata, magari gli avrebbe dato del buffone, accompagnando l’epiteto con uno schiaffo.
Ma lui si sarebbe fatto perdonare, dicendole che era rimasto intrigato dai suoi scritti, e come poteva essere altrimenti? Come avrebbe potuto non rimanere colpito da qualcuno che scriveva esattamente come lei?
E avrebbero finito per fare l’amore nella stanza della Marchesa, ammirando nello stesso tempo il loro amplesso attraverso il famoso specchio piazzato sul soffitto.
Per maggiore sicurezza, Désirée avrebbe cacciato e sostituito la cameriera e tutto, tra loro, sarebbe tornato come prima.
Ma le cose non si erano svolte come lei aveva immaginato, e alla Marchesa non rimase che tornare al proprio appartamento, in preda alla tristezza.
Per sfogare la propria rabbia, cacciò in malo modo la cameriera, sostituendola con una nuova ragazza, molto graziosa, dai modi gentili, Eléa.

(continua … domani ci sarà l’ultima parte)

Specchi sul soffitto (quinta parte)

Quindi, si concentrò su come sedurre la bella Contessa, fino a quel momento nota in società per la propria virtù. Robert si faceva un vanto su come riuscisse sempre a soddisfare sessualmente le proprie conquiste, guidandole fino alle vette più alte dell’estasi e della passione.

Egocentrico oltre ogni limite, nelle proprie partners occasionali vedeva lo specchio della propria capacità di conquista. Aveva un estremo bisogno di riscontrare in esse una sfrenata passione, attraverso la quale misurava il suo stesso fascino, per cui sapeva essere molto coinvolgente e seduttivo.

Non avendo molto da fare, si recò ad un tè informale che una delle dame di corte offriva quel pomeriggio. Fu molto sorpreso di scorgere, tra le partecipanti, la Contessa Isabelle, quel giorno non accompagnata dal marito. Robert fu tentato di salutarla appena per poi bellamente ignorarla, un po’ per evitare di rischiare di metterla in imbarazzo, un po’ perché il dedicarsi ad una preda che lui considerava già nella rete gli pareva un’inutile perdita di tempo, con tante dame che avrebbe potuto corteggiare, gettando le basi per possibili avventure future.

Tuttavia, gli pareva poco galante ignorarla, visto che le aveva chiesto un appuntamento privato per il giorno dopo, per cui, le si avvicinò con l’intento di flirtare con lei, colmandola di premure.

Quello che non riusciva a capire era per quale motivo lei avesse risposto alle sue attenzioni, dapprima con il suo consueto sorriso educato e solare, poi con imbarazzo, poi sempre più infastidita.

Robert era a dir poco sconcertato. Eppure era stata la Contessa a scrivergli per prima, rivolgendogli un chiaro invito. Che lo avesse fatto per burlarsi di lui? In fondo, in società si diceva che lei fosse profondamente innamorata del marito e che mai gli sarebbe stata infedele. Il pensiero che lei si fosse divertita alle sue spalle prendeva sempre più corpo, man mano che passavano i minuti, facendolo impazzire di rabbia e di frustrazione. Dovette trattenere l’impulso di schiaffeggiarla, quando lei gli allontanò con fermezza la mano che si era allungata verso il suo seno, cercando di carezzarlo fugacemente, pur al di sopra dell’abito di velluto.

“Che fate?” le chiese invece, fissandola con gli neri di brace “non allontanate la mia mano. Essa vi carezzerà, scioglierà i lacci del corsetto, e ogni laccio sarà un bacio sulla vostra pelle candida. So che lo sognate, lasciate che la vostra fantasia diventi realtà, non respingetemi, vi prego.”

“Voi… voi siete pazzo!” Esclamò la Contessa, alzandosi di scatto dal divano su cui erano seduti, e allontanandosi velocemente, forse un po’ troppo velocemente, per quanto concerneva l’etichetta imposta dal protocollo, dalla sala da tè.

 

Sempre più allibito era il Duca, che a quel punto non sapeva più se recarsi all’appuntamento con la Contessa. Rilesse i biglietti che lei gli aveva mandato, erano così appassionati! Non davano adito ad equivoci, a meno che non si trattasse di una presa in giro. Eppure, parevano così sinceri, così appassionati… che fare? Recarsi all’appuntamento, rischiando di fare la figura dell’allocco, o non andare, rischiando comunque di apparire irrispettoso e maleducato, qualora la Contessa avesse deciso di comportarsi così in pubblico per non dare adito a pettegolezzi? Un bel dilemma!

Qualcun altro decise per lui: verso sera, il Duca ricevette un nuovo biglietto, il cui testo diceva:

“Con sommo rammarico apprendo che voi avete osato importunare mia moglie. La poverina era sconvolta, al punto da rientrare in lacrime dal tè pomeridiano di oggi. Comprenderete bene che non posso passare sopra ad un tale comportamento offensivo. Per difendere il mio onore di gentiluomo, e soprattutto l’onore di mia moglie, il cui comportamento è sempre stato virtuoso e irreprensibile, è mio dovere sfidarvi a duello. Incontriamoci domani mattina all’alba, nello spiazzo antistante le scuderie. Così come vi siete ritenuto abbastanza uomo per poter credere di sedurre mia moglie, spero ora vi riteniate abbastanza responsabile delle vostre azioni da non sottrarvi a questa onorevole sfida da uomini.

Conte Antoine De Roux”

(continua)

Specchi sul soffitto (quarta parte)

Il Duca sorrise tra sé, pensando ancora una volta a quanto era fortunato. Piuttosto vanesio, non si diede la pena cercare di intravedere la Contessa tra le stanze della reggia, cercando nello sguardo di lei conferme agli scritti ricevuti, o pensando fosse necessario rassicurarla sui sentimenti per lei provati. A dir la verità, per Robert non esistevano sentimenti, tranne che verso se stesso. Così era sempre stato, a cominciare da quando si era sposato per acquisire un titolo nobiliare, per proseguire in tutte le avventure amorose che aveva avuto nel corso degli anni.

La moglie taceva. Probabilmente sapeva, visto che il Duca spesso non si preoccupava troppo di nascondere le proprie imprese, che costituivano di frequente l’argomento principale dei pettegolezzi da salotto. La moglie quasi sicuramente, oltre ad essere al corrente delle imprese di Robert, ricambiava il marito con la stessa moneta. Con molta più discrezione però, visto che mai circolavano pettegolezzi su sue liasons extra-coniugali, vere o presunte che fossero.

Intrighi e tradimenti costituivano l’ordine del giorno nella vita di corte, un po’ perché i nobiluomini e le nobildonne, insoddisfatti dei loro matrimoni combinati, finivano per cercare all’esterno ciò che mancava loro nel talamo nuziale, un po’ perché questa categoria di persone, indubbiamente privilegiata, non aveva problemi di sopravvivenza, né tantomeno impegni lavorativi, quindi finiva con l’annoiarsi.

Robert quindi, con la troppa sicurezza che contraddistingue gli spacconi, per lo più viziati dalla vita, abituati ad essere serviti, riveriti e ad avere tutto facile e comodo, si accinse a redigere quello che sperava fosse l’ultimo messaggio scritto prima dell’incontro con la Contessa.

Sperava fosse l’ultimo perché questo gioco di corrispondenza lo aveva sì intrigato, ma non più di tanto, lui amava andare subito al sodo, per poi spostare il proprio interessamento verso un’altra persona.

Scrisse quindi: “Questa nostra corrispondenza dei giorni scorsi mi ha ricordato l’importanza dei  sentimenti. Essi non vanno calpestati. I vostri, soprattutto. Vi prego,lasciate loro uno spazio ogni giorno in più dove girare, vicino a voi e con voi, o si perderanno nell’ aria e sarà difficile rincorrerli in futuro.
E’ impossibile non trovare tempo per loro, poi vedrete che serviranno, se avrete saputo guidarli, convogliarli, ma senza rigettarli;  vi faranno compagnia, in questo assurdo caleidoscopio che è la vita quotidiana. Perciò vi prego, amica mia, non ignorate questa mia richiesta:

sarei molto felice se voi vi faceste trovare domani mattina, poco dopo l’alba, nel giardino dell’ala Nord, sotto la magnolia.

Vi prego, non mancate. Mille baci che non basteranno a saziare la brama di voi che sento impadronirsi del mio essere, scuotendolo e percorrendolo tutto. Vostro. Robert  Renaud”.

Il Duca piegò il foglio e lo consegnò al valletto affinché lo recapitasse personalmente alla Contessa, senza curarsi di accompagnarlo con una rosa, o quantomeno con un fiorellino di campo.

D’altra parte, perché affannarsi con i gesti galanti, per stupire chi già non vedeva l’ora di appartenergli? Meglio conservare idee ed energie per la prossima conquista o, male che andasse, con la riconquista di chi si andava raffreddando. Pigramente, il pensiero di Robert andò per un attimo alla Marchesa Dubois, che non vedeva in giro da alcuni giorni.

Pareva anzi che Désiré lo evitasse deliberatamente, facendo in modo di non incrociarlo per i corridoi della reggia e di non trovarsi mai sola con lui durante i tè pomeridiani. Che fosse arrabbiata con lui per qualche oscuro motivo? Léonie, la famosa cameriera, sicuramente si era ben guardata dallo spifferare l’affaire tra lei e il Duca alla padrona, ne era la prova il fatto che la Marchesa non l’avesse cacciata e che la ragazza continuasse, al contrario, ad essere al servizio della bella Désirée.

“A volte le donne si comportano stranamente.” Concluse Robert, seguendo comunque un pensiero ozioso, che non costituiva certo una preoccupazione, per lui “Ad ogni modo, a lei penserò in un altro momento”.

(segue)