Ecco la mia interpretazione a un incipit per un concorso bellissimo
Io sono pigro. Molto pigro. Mi piace svegliarmi con calma, intorno a mezzogiorno, poltrire tra le lenzuola e poi, poco alla volta, alzarmi.Quindi è un po’ un trauma, capirete, svegliarmi alle prime luci dell’alba, legato a una sedia, imbavagliato, di fronte a un uomo con la pistola che mi strilla in faccia. Il peggior risveglio di sempre, senza dubbio.“Stai scomodo, Roberto?” sta urlando l’uomo con la pistola. “Sei legato troppo stretto? Non preoccuparti, tra poco non sentirai più niente!” Ride. “Finalmente siamo alla resa dei conti, Roberto. Tu mi hai preso tutto. Mi hai rovinato la vita. E ora io mi prenderò la tua. La tua vita.”“Nnn mchmmm Rbrttt” mugugno.“Ah! Roberto, è inutile che cerchi di parlare, tanto col bavaglio non ti capisco!”Quel che sto cercando di dire è: non mi chiamo Roberto.Come diavolo faccio a farglielo capire?
L’uomo con la pistola ha qualcosa che non mi convince. Lo so, è strano che, proprio in questo momento io stia a soffermarmi sulla stranezza di questo killer.
Io sono uno scrittore. Quando devo descrivere un’azione compiuta da un mio personaggio, cerco di testarne la credibilità. Le incongruenze, si sa, sono in grado di affossare anche il romanzo più riuscito.
Lo sguardo limpido di questo individuo stride con le sue parole cariche di rancore. La mia innata capacità di osservare le caratteristiche delle persone registra che questo omone ha l’atteggiamento infantile e giocondo dei ritardati mentali.
Mi fissa. Pare esitare. Poi mormora qualcosa fra sé, come se richiamasse un monito. Non distinguo tutte le parole, ma colgo il senso dell’incipit di una novella di Giovanni Verga: “Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo”.
Ritardato ma colto, l’amico. Gli farei i complimenti, se non fosse che in questo momento la mia priorità è fargli evitare di premere il grilletto. Perché un killer con la faccia da scemo, alto più o meno 2 metri, prima di spararmi si mette a citare Verga? Ok, io ho i capelli rossi. Quindi deve essersi convinto che io sono cattivo, anzi, per usare parole sue “gli ho rovinato la vita”. Ma chi diavolo è?
Ora cambia fraseggio, il suo blaterare sulla maledizione che hanno in sé le persone con i capelli rossi si rifà alla più rozza superstizione popolare, con qualche sparuto riferimento ai dogmi della Santa Inquisizione. Salta di palo in frasca, o meglio, dai “rossi traditori” alle “streghe con i capelli rossi, da bruciare sul rogo”.
Questo tipo non ci sta proprio con la testa. Però è armato, e io no. E io sono immobilizzato, e lui no. Quindi il fatto che io sia uno scrittore e lui un sempliciotto poco importa: in questo momento, lui è in netto vantaggio.
Poi racconta una storia che avrebbe fatto accapponare la pelle agli sceneggiatori delle soap opera più scipite: un ragazzo timido e innamorato sta per dichiararsi alla sua bella, quando arriva un tipo scafato il quale, manco a dirlo, gli soffia la potenziale fidanzata, rovinandogli la vita per sempre. Originale, non c’è che dire.
Che modo stupido di morire. Vorrei far capire a questo scimmione che sta sbagliando persona, ma il bavaglio mi soffoca sempre di più. Chiudo gli occhi, non tanto per paura, quanto per non vedere l’espressione ebete del gigante, la quale non ha niente a che vedere con l’arma che stringe in pugno, ora vicinissima alla mia tempia. Ecco, ora mi spara. Mentre mi chiedo come mai non sono morto, sento un grido provenire dall’altra stanza.
“Stop!” . Ed ecco apparire mio fratello. Curioso come, nonostante io campi dignitosamente scrivendo libri, sia persuaso di essere LUI l’artista di famiglia. Da tempo ho smesso di annotare in quale campo sia convinto di eccellere. All’inizio aveva il pallino della pittura: lavorò 6 mesi ad un quadro che raffigurava improbabili girasoli striminziti e sghembi. Quando ebbe finito, ricordò che qualcun altro in passato aveva dipinto un campo di girasoli, e passò alla scultura. Impilò alcuni rotoli di carta igienica, realizzando una specie di piramide. Risparmio i commenti, peraltro facilmente intuibili, che la critica gli riservò dopo che gli fu consentito di esporre il proprio capolavoro in una mostra. Ero stato io a caldeggiare la sua presenza all’organizzatrice dell’evento, una mia amica. O meglio, ex-amica, visto che da allora mi ha tolto il saluto.
Mio fratello mi si avvicina soddisfatto, mentre un tizio spegne una telecamera e un altro, grazie al Cielo, mi slega.
Il gigante sposta lo sguardo da me a mio fratello e, spaventato come davanti a un mostro che sbuca dalle acque di un lago, grida “Due Roberti”, prima di lasciar cadere la pistola e darsela a gambe.
Già. Quello sciroccato di mio fratello si chiama Roberto. E mi somiglia, almeno fisicamente. Anche lui ha i capelli rossi. Mi spiega che sapeva sarei venuto in vacanza in questa località. Così, dicendo che intendeva fare uno scherzo, ha convinto uno degli scapoli del paese a raccontare allo scemo del villaggio la storiella della fidanzata rubata da un infido individuo dai capelli rossi. Non è stato difficile persuadere il tontolone a eliminarmi.
“Ma sei pazzo?” grido “Quello poteva uccidermi! E qual è lo scopo di questa genialata?
“Tranquillo. La pistola era scarica” risponde, serafico. “ Come ben sai, sono un cantante” A dire il vero, non lo sapevo. Ero rimasto alla scultura. Ma rinuncio a puntualizzare “Interpreto canzoni storiche. Per la mia cover di Chicago volevo realizzare un video molto realista. E non c’è nulla di meglio dell’immagine di un fratello legato e imbavagliato, incatenato ad una sedia per accompagnare le parole so your brother’s bound and gagged, and they chained him to a chair.”
Non gli rispondo. Dovrei fare riferimento alla sua famosa scultura, e non vorrei essere volgare.